La presa in carico globale della persona e del suo nucleo famigliare, un programma di lavoro che sia il più possibile efficace a prescindere dal tipo di dipendenza. I nuovi approcci riabilitativi raccontati dall'equipe dell'Ospedale San Pancrazio di Arco di Trento, la struttura del Gruppo Santo Stefano specializzata nella riabilitazione alcologica

Dipendenza da alcol, le nuove sfide della riabilitazione

L’esperienza dell’Ospedale San Pancrazio di Arco di Trento (Gruppo Santo Stefano Riabilitazione) nella presa in carico della persona con problematiche legate all’abuso di sostanze alcoliche risale al 1986 quando a fronte del crescente aumento di richiesta d’aiuto ai Servizi Territoriali si decise di intervenire creando un programma di riabilitazione multidisciplinare in grado di rispondere a questo tipo di domanda. In quegli anni le persone ricoverate non superavano le otto/dieci unità, i soggetti erano principalmente maschi, di media età con problemi di dipendenza legati quasi esclusivamente all’alcol.

Con il passare degli anni il numero delle persone ricoverate è triplicato, è cambiata non solo l’identità dell’utente, sempre più giovane e di entrambi i sessi, ma anche il tipo di dipendenza, non più circoscritta al solo abuso di alcol ma correlata ad altre sostanze tossicologiche, nuove forme di dipendenze come il gioco d’azzardo e con problematiche di tipo psichiatrico.

Nasce così l’esigenza di stabilire un approccio differente verso la persona che tenga conto di tutte queste problematiche sociali attuali legate alle nuove dipendenze. Da queste necessità arriva quindi la sfida dell'Ospedale San Pancrazio di costruire un protocollo di lavoro che, a prescindere dal tipo di dipendenza che la persona ha messo in piedi, sia il più possibile adatto alla persona che, trovandosi in completa crisi esistenziale, deve essere messa nella condizione di poter scrivere una nuova pagina del libro della propria vita mettendo in piedi un cambiamento radicale.

Uno dei principali cambiamenti di questo settore riabilitativo è stato il tipo di approccio, non più focalizzato sulla singola persona ma sul nucleo composto il più delle volte dalla famiglia ma talvolta anche da parenti stretti o amici. La centralità dell’intervento è stata spostata dalla persona alla persona con la sua famiglia nel proprio contesto socio-relazionale. “Se un tipo di programma come il nostro non interviene nel nucleo non porta ai risultati preposti, sarebbe molto riduttivo, lavorare qui con l’utente senza supportare anche il nucleo familiare” afferma la dr.ssa Laura Liberto, Medico Responsabile del reparto di riabilitazione alcologica dell’Ospedale San Pancrazio.

La presenza dei familiari all’interno del programma riabilitativo attraverso cicli d’incontri e colloqui è di fondamentale importanza per il raggiungimento dei risultati ma non sempre è possibile. La famiglia dell’utente spesso risulta essere “sofferente” e con frequenza manifesta resistenze nel collaborare, entrano in gioco dei sentimenti come ad esempio la vergogna che ostacolano questo processo. Come spiega la dottoressa Liberto, agli inizi del Servizio, il familiare lasciava il proprio caro all'Ospedale San Pancrazio per tutta la durata della riabilitazione e tornava a fine ciclo a “riprenderlo” sperando nel cambiamento di quest’ultimo, oggi invece la collaborazione del caregiver è indispensabile per il cambiamento. Il nucleo diventa quindi un attore che deve poter esprimere i propri disagi ed essere aiutato a trovare una possibile soluzione, utilizzando le risorse interne e gli aiuti della rete.

All’interno dell’intero programma riabilitativo il familiare è coinvolto in colloqui di gruppo denominati “Comunità familiari” dove viene informato su tematiche attuali e formato per acquisire competenze relazionali. Partecipa inoltre a colloqui psicologici con il proprio caro o individuali.

Il Servizio di riabilitazione accoglie oggi 24 utenti per ciclo, per una durata ciascuno di 3/6 settimane. Vengono accolte persone con problemi legati all’alcol uniti alle dipendenze da sostanze tossicologiche, da problematiche di tipo psichiatrico come il Disturbo Bipolare e il Disturbo di Personalità e non per ultima la dipendenza da gioco d’azzardo. Quest’ultimo fenomeno dal 2010 è diventato un importante problema alcol-correlato per il quale la Regione Trentino-Alto Adige ha già richiesto un ampliamento del numero dei posti per il trattamento di questa nuova dipendenza. Come spiega il dott. Stefano Parisi, psicologo dell’équipe del Servizio di riabilitazione: “il fenomeno del gioco è in crescita perchè non è più confinato nelle sole sale da gioco o nei bar, ma è arrivato anche nelle proprie case attraverso internet, i computer e i cellulari ed è addirittura pubblicizzato dai media in televisione”. L'Ospedale San Pancrazio sta così progettando un progetto pilota da presentare al responsabile dei servizi alcolici della Provincia di Trento con lo scopo di arginare tempestivamente questo fenomeno.

Il Programma di Riabilitazione affronta le fragilità multidimensionali che si esprimono con attaccamenti ad alcol, altre droghe, psicofarmaci, gioco, fumo, alimentazione, disagi psichici ed esistenziali, e convivenza con cronicità.

I 24 utenti vengono suddivisi in due gruppi, il più possibile omogenei tra loro, che seguono gli stessi percorsi, alternati la mattina e il pomeriggio. Il team multidisciplinare è composto da 2 medici, 1 psichiatra, 3 psicologi, 1 assistente sociale, 1 operatore per le attività espressive, 1 musicoterapista, infermieri professionali, fisioterapisti e operatori socio-sanitari.

L’intervento attuato è di tipo intensivo e viene utilizzato un metodo integrato medico-psico-sociale. IL programma terapeutico-riabilitativo si basa sul concetto che la dipendenza è anche condizionata da disturbi organici, psichici e relazionali nell’individuo, nella sua famiglia e nel contesto sociale per cui la presa in carico è di tipo globale.

All’interno del Programma vengono svolti numerosi colloqui psicologici individuali e di gruppo, orientati all'approfondimento degli aspetti motivazionali, al rinforzo della consapevolezza, al cambiamento e ai danni da alcol e sostanze. Si cerca di riflettere con l’utente su quello che è diventato a causa della sua dipendenza facendo una “fotografia” di come è oggi per dare poi indicazioni su come poter proseguire la propria vita in astinenza una volta uscito dal ricovero, in maniera sostenibile, equilibrata e dignitosa.

Vi sono poi colloqui di gruppo con l’Assistente Sociale sul reinserimento lavorativo, sulle leggi e sull’orientamento nel mondo dei servizi; colloqui con gli Infermieri sugli stili di vita sani e l’alimentazione; la fisioterapia; la visione dei film a tema con la successiva compilazione di questionari e riflessioni; le uscite di gruppo accompagnate dagli operatori e la musicoterapia, attività molto gradita agli utenti.

Come già accennato, nel corso degli anni l’identità del Servizio Alcologico ha subito un profondo e costante cambiamento per adattarsi all’utenza. La complessità odierna richiede la conoscenza più accurata possibile di tutte le informazioni che consentano di disegnare un quadro dell’utente e del suo contesto socio-familiare. Questa Unità di Riabilitazione è diventata oggi una struttura intermedia tra i Servizi Territoriali locali come il SER.t e il Servizio Alcologico Trentino e i gruppi di auto mutuo aiuto come i CAT (Club Alcologici Territoriali) e gli Alcolisti Anonimi. Questi ultimi due sono infatti ospitati dalla struttura per una stretta cooperazione con l’equipé riabilitativa. Questa Unità si è  nel tempo focalizzata sulla continuità assistenziale appoggiando il più possibile i servizi territoriali e i gruppi di auto mutuo aiuto, perchè le 3/6 settimane di riabilitazione spesso non sono sufficienti a risolvere le problematiche senza un lavoro continuo e uno scambio di informazioni con queste realtà.

Molto frequenti sono infatti le “ricadute” e il ricovero per la seconda volta presso la Struttura, ma nella maggior parte dei casi, l’utente ritorna con una grande motivazione, è più aderente alla terapia e possiede un approccio più attivo a rimettersi in sesto sviluppando la capacità di richiedere aiuto.

 Il concetto della presa in carico globale potrebbe essere anche utilizzato come una possibile forma preventiva al ricovero o all’aggravarsi della dipendenza dell’utente, nel momento in cui la famiglia o il caregiver siano i primi a cercare aiuto tramite i Servizi Territoriali, con lo scopo di imparare a capire il modo in cui approcciarsi adeguatamente al proprio caro, ad acquisire competenze ed informazioni specifiche per utilizzare gli strumenti più adatti a relazionarsi nel migliore dei modi al proprio assistito provando così ad attuare un cambiamento qualitativo della sua vita.

 Intervista a cura di Federico Nordera - Redazione News ed Eventi